La storia di Pierre Seel è un'importante spunto di riflessione sulla storia degli omosessuali durante la persecuzione nazista. Pierre Seel nel 1941 venne internato nel campo Schirmeck-Vorbrück e, contrariamente a come succedeva agli omosessuali nei capi di concentramento nazista cui veniva assegnato il triangolo rosa, gli venne assegnata una barra blu, generalmente usata per contrassegnare i cattolici e gli anti-sociali.
Nel campo Pierre Seel assistette alla morte del suo amante, il diciottenne Jo, sbranato da un branco di cani. Nel 1982, a causa di attacchi omofobi da parte del vescovo di Strasburgo, decise di rivelare il motivo della sua prigionia, mai rivelato fino ad allora: fu il primo a raccontare la deportazione e le condizioni degli omosessuali francesi nei campi di concentramento.
Solo nel 2001 venne ufficialmente riconosciuto il suo stato di “deportato omosessuale”.

Ho trascorso sei mesi, dal maggio al novembre del 1941, in un luogo dove l'orrore e la barbarie erano legge. Ma non ho ancora descritto la prova peggiore che ho subito. È accaduta durante le prime settimane al campo e ha contribuito più di qualsiasi altra cosa a fare di me un'ombra silenziosa, obbediente fra le altre ombre.

Un giorno gli altoparlanti ci ordinarono di presentarci immediatamente all'appello. Urla e grida ci spingevano là senza indugi. Circondati dalle SS, abbiamo dovuto formare un quadrato e restare sull'attenti, come facevamo la mattina per l'appello. Il comandante è arrivato con il suo intero staff. Ho pensato che stesse per picchiarci ancora una volta con la sua fede cieca nel Reich, accompagnando il tutto con la solita serie di comandi, insulti e minacce - emulando l'infame atteggiamento del suo capo, Adolf Hitler. Ma la prova in effetti era peggiore: un'esecuzione.

Due uomini delle SS hanno portato un giovane al centro del quadrato. Inorridito, ho riconosciuto Jo, il ragazzo che amavo, appena diciottenne. Non l'avevo ancora incontrato al campo. Era arrivato prima o dopo di me? Non ci eravamo visti nei giorni che avevano preceduto la mia consegna alla Gestapo. Ero gelato dal terrore. Avevo pregato perché non fosse nelle loro liste, sfuggito alle retate, risparmiato dalle loro umiliazioni. E invece era lì di fronte ai miei occhi impotenti, colmi di lacrime. Diversamente da me, non aveva consegnato lettere pericolose, affisso manifesti o firmato dichiarazioni. E tuttavia era stato catturato e adesso stava per morire. Cosa era accaduto? Di cosa lo stavano accusando quei mostri? Nella mia angoscia ho dimenticato completamente la motivazione della sentenza di morte.

Gli altoparlanti trasmettevano musica classica a volume molto alto mentre le SS gli strappavano i vestiti di dosso lasciandolo nudo e gli ficcavano un secchio in testa. Poi gli hanno aizzato contro i loro feroci Pastori Tedeschi: i cani lo hanno azzannato all'inguine e tra le cosce, e lo hanno sbranato proprio lì di fronte a noi. Le sue grida di dolore erano distorte e amplificate dal secchio sulla testa. Ho sentito il mio corpo irrigidito vacillare, gli occhi sbarrati dall'orrore, le lacrime mi correvano giù irrefrenabili, ho pregato perché la sua potesse essere una morte rapida.

Da allora è accaduto spesso che mi sia svegliato urlando nel cuore della notte. Per cinquanta anni quella scena è passata e ripassata continuamente nella mia mente. Non dimenticherò mai il barbaro assassinio del mio amore - davanti ai miei occhi, davanti ai nostri occhi, perché lì c'erano centinaia di testimoni. Perché stanno ancora zitti oggi? Sono tutti morti? È vero che eravamo fra i più giovani del campo e che è passato molto tempo da quei giorni. Ma sospetto che alcuni preferiscano tacere per sempre, impauriti dal rivangare i ricordi, quell'episodio tra i tanti altri.

Quanto a me, dopo decenni di silenzio mi sono deciso a parlare, accusare, testimoniare.

Danilo Spadoni

Lettura e interpretazione di Danilo Spadoni.

Testo tratto da: Pierre Seel, Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel, New York, Basic Books, 1995. Traduzione di Marina La Farina.

Allestimento scenografico realizzato dagli studenti dell'Accademia Ligustica di Belle Arti: Marta Balduinotti, Beatrice Napoli, Chiara Rossi.