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Dopo la Classificazione in genere il passo successivo è la Simbolizzazione.
Diamo normalmente dei nomi o dei simboli ai gruppi “classificati”. Iniziamo cioè, a denominare le persone in “ebrei” o “zingari” o li distinguiamo per il colore della pelle o ancora per i loro abiti, applicando dei simboli ai membri di questi gruppi. La Classificazione e la Simbolizzazione sono universalmente umane e non comportano necessariamente un genocidio a meno che non conducano alla Disumanizzazione, che vedremo nel prossimo articolo. Se combinati con l’odio, i simboli sono applicati con forza sui membri non desiderati dei gruppi paria, come successe con la stella di David per gli ebrei sotto il dominio nazista o con la sciarpa blu per le persone della zona orientale nella Cambogia dei Khmer rossi.
Per combattere la Simbolizzazione, i simboli di odio possono essere legalmente proibiti (svastiche), così come i discorsi di odio.
Anche l’identificazione di gruppo, attraverso l’abbigliamento o cicatrici tribali, può essere messa al bando. Il problema è che le limitazioni legali falliranno se non supportate dall’applicazione della cultura popolare. Sebbene Hutu e Tutsi fossero parole proibite in Burundi fino agli anni ’80, alcuni termini in codice le sostituirono. Se ampiamente sostenuta, tuttavia, la negazione della Simbolizzazione può essere potente, come in Bulgaria, dove il governo ha rifiutato di fornire abbastanza distintivi gialli e almeno l’ottanta per cento degli ebrei non li ha indossati, privando così la stella gialla del suo significato come simbolo nazista per gli ebrei.

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